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La curiosità uccise il gatto

La curiosità uccise il gattoUn antico detto recita: "La curiosità uccise il gatto." Sebbene non si conosca l'origine di questo proverbio, il suo significato è chiaro a chiunque: essere troppo curiosi, cercare di capire cose di cui supponiamo o, peggio, conosciamo la pericolosità, può ucciderci (magari anche non in senso stretto). Ci sono tanti e tanti esempi nella vita di tutti i giorni che ci possono ricondurre a questo adagio, qui ve ne proponiamo uno sotto forma di storiella, rinvenuta sul web...

C’era una volta un gatto, un gattone a chiazze bianche e grigie, di quelli che ispirano tenerezza solo a guardarli. Il gatto aveva un collarino con attaccata una medaglietta argentata, sulla quale era inciso il suo nome, Birba.

Birba camminava piano per le strade di un bel quartiere alla periferia della città senza una meta precisa, sembrava perso, disorientato. Ad un tratto si fermò davanti ad una simpatica villetta bianca con il tetto rosso, sembrava una di quelle case che si trovano solo nelle favole. Il giardino era Birba curato, con molti fiori e piante ed un piccolo laghetto circondato da grandi pietre grigie.

Birba infilò la testa tra le assi di legno del cancello, uno di quei cancelli bassi che non proteggono certo dai ladri ma che segnano il punto in cui lo steccato di confine si apre per accogliere gli ospiti; guardò dentro con sospetto e curiosità, girando la testa prima a sinistra e poi a destra, poi, facendo molta attenzione e ricordando le ultime parole della sua mamma, “la curiosità uccise il gatto!”, mise una zampa dentro e toccò piano l’erba morbida e falciata da poco.

Non succedeva niente, così Birba si fece coraggio ed infilandosi tra le stecche di legno poggiò anche l’altra zampa. Ormai era a metà, intorno si sentivano solo grilli e uccellini, così prese fiato e con un balzo saltò dentro.

Una campagna promossa da Anas e Polizia di Stato

Camminava, è il caso di dirlo, a passi felpati, praticamente rasoterra e si guardava intorno cercando di capire se potevano esserci pericoli. Era ormai a ridosso della casa e stava camminando rasente il gradino del piccolo ballatoio. Allungò il collo fino a superare con il naso lo scalino, i suoi baffi erano tesi come antenne, annusò il bordo di pietra scura di una colonna, poggiò con un poco di paura la zampa sinistra sul bordo del gradino, poi sollevò anche la destra e si sporse per curiosare, dritto in piedi in quel buffo modo che usano gli uomini per camminare. Davanti a lui tutto sembrava immobile, silenzioso, tranne il lento cigolio di una vecchia sedia a dondolo. “Sembra un posto tranquillo” pensò Birba, “sicuramente più tranquillo di quella gabbia di matti da dove sono scappato”….

“Ciao bel micetto!” disse d’improvviso una voce leggera alle sue spalle. Birba fece un salto, drizzò i peli e la coda e corse a nascondersi sotto la sedia a dondolo.

“Non aver paura” disse la voce leggera, “vieni qui da me, non voglio farti del male…”

Birba ovviamente non poteva comprendere le sue parole, però cercava di capire se poteva fidarsi di quella ragazza in ginocchio sul pavimento con la voce leggera e la mano aperta, palmo verso l’alto, tesa verso di lui.

I gatti, si sa, sono istintivi e tendenzialmente bisognosi d’affetto… per mangiare se la cavano, ma certo che se c’è una bella ciotola di latte è molto meglio…

Così Birba si allungò da sotto la sedia quel tanto che bastava ad annusare quella mano tesa… le sue intenzioni sembravano buone, ci strofinò il muso contro, poi si lasciò passare due dita tra le orecchie, si fece fare qualche grattino sotto il mento… e cominciò a ronfare.

“Sei proprio un bel gattone” disse la ragazza, “io mi chiamo Maria… e tu devi essere Birba, almeno qui c’è scritto così” aggiunse leggendo la sua medaglietta. “Ti hanno abbandonato o sei scappato via?” chiese Maria. Birba la guardava interrogativo, poi si strofinò contro una sua gamba, le girò intorno, tornò a fissarla e disse ”Meeeooww!”.

“Oh povero Birba, forse hai fame, aspetta che ti porto del latte!”

Birba prese per buono il latte, aveva ormai rinunciato da tempo a dialogare con gli uomini, del resto lui non aveva bisogno di molto e quello che gli serviva ormai sapeva come chiederlo.

Così Birba aveva conosciuto Maria e nei giorni che seguirono era tornato spesso alla casetta bianca con il tetto rosso, soprattutto per mangiare e dormire e lasciarsi carezzare e ronfare la sera… e questo lo faceva sentire molto gatto, libero e felice. Poi Maria aveva cominciato a lasciare la porta di casa aperta per lasciarlo entrare e così giorno dopo giorno aveva esplorato l’interno della casa, aveva scoperto dove poteva salire e dove non doveva avvicinarsi, su quale poltrona poteva dormire e dove c’era sempre una ciotola di latte per lui. Gli piaceva stare lì, soprattutto perché Maria era buona e gentile con lui, lo coccolava, e poi perché sapeva di poter entrare ed uscire di casa per le sue esplorazioni senza problemi.

La sera, dopo qualche settimana, aveva preso l’abitudine di mettersi a dormire ai piedi del letto di Maria, a lei piaceva coricarsi e sentire il calore di Birba acciambellato lì vicino. Anche a Birba piaceva. Maria aveva anche fatto fare dal falegname una piccola porticina nella porta della cucina che dava sul giardino, così Birba poteva uscire ed entrare quando voleva.

A Birba sembrava di aver trovato finalmente una sua dimensione, nessuna bambina bionda con le treccine che cercava di metterlo seduto dietro ad un piccolo tavolino, nessuna mamma di bambina con le treccine che cercava di mettergli un fiocco in testa ed un collare con il campanellino per portarlo a spasso con il guinzaglio… mica era un cane lui! Insomma, gli sembrava che a casa di Maria potesse fare finalmente solo quello che gli riusciva meglio… cioè il gatto.

Poi un giorno Maria, guardando la televisione, vide in un programma locale una signora bionda con in braccio una bambina bionda con le treccine che piangeva come una fontana; la signora raccontava ai telespettatori che la sua bambina singhiozzava da quasi due mesi ormai perché aveva perso il suo gattino, che probabilmente lo aveva rapito qualche piccolo delinquente di quartiere per torturarlo, o forse lo aveva mangiato il cane di quella antipatica della vicina, comunque lei non disperava, ed era disposta ad offrire una ricompensa a chi le avesse dato notizie del loro gatto… che aveva delle grandi chiazze bianche e grigie, un collarino con una medaglietta… e si chiamava Birba.

Maria era immobile, con il telecomando in mano, pietrificata. Poi si girò a guardare Birba, che dormiva tranquillo sulla poltrona. “Birba!” disse Maria preoccupata, “Ti vogliono portare via da me!”. Birba aprì un occhio, poi l’altro, si stirò, poi si avvicinò a Maria e cominciò a strofinarsi contro di lei. Maria era agitata e Birba lo sentiva, anche se non capiva le sue parole. Maria lo prese in braccio e guardandolo gli disse “non vai via vero?”. Birba strofinò il muso sulla sua guancia e fece un miagolio che sembrava quasi un lamento.

Quella notte Maria era agitata, sognava che la bambina con le treccine vedeva Birba nel suo giardino e cominciava a gridare “Mamma! Mamma! Ho ritrovato Birba!”, sognava Birba che correva verso la bambina miagolando festoso, sognava se stessa seduta sulla sedia a dondolo del patio… sola. Birba invece dormiva tranquillo ai suoi piedi, e sognava enormi ciotole di latte e grattini sotto il collo e sulla pancia, a casa della sua Maria.

La mattina Maria si era svegliata e cercava Birba per casa in modo molto agitato e nervoso; quando lo trovò, con il naso nella sua ciotola, gli urlò contro con rabbia “dove diavolo eri finito! Ti stavo chiamando! Perché non mi rispondevi?” Birba non capiva ma trovava il suo tono fastidioso ed incomprensibile, così la guardò con aria interrogativa… Maria si piegò verso di lui e disse “scusami, ma avevo paura che fossi scappato via”.

Qualcosa si stava incrinando tra di loro… e Birba non capiva perché.

Nei giorni successivi, ogni volta che Birba spariva, anche solo per mezz’ora, quando poi tornava Maria lo trattava malissimo, con una voce che a Birba proprio non piaceva; se al tramonto non era già dentro casa Maria andava nel panico e diventava intrattabile… Birba non aveva neanche più tanta voglia delle sue coccole.

Una mattina, Birba attraversò la cucina e quando arrivò davanti alla sua piccola porta la trovò bloccata. Provò a spingerla con tutte le sue forze ma senza risultato; Maria era uscita e lo aveva chiuso dentro. Birba aveva un diavolo per pelo, così andò in sala e si mise a dormire sulla poltrona proibita… gli sembrava il minimo.

Poi però le cose continuarono a peggiorare; Maria aveva sempre più paura che Birba scappasse via e cercava di controllarlo in ogni momento e non era più dolce ed affettuosa con lui come quando lo aveva accolto nella sua casa, tranne in sempre più rari momenti. Birba soffriva di questo e reagiva a modo suo, era un gatto e non poteva esprimersi a parole, così dormiva dove non doveva, faceva la pipì fuori dalla sua cassettina, graffiava i mobili ed il divano… ormai era parecchio che Maria non gli permetteva di vedere la luce del sole.

Maria interpretava il comportamento di Birba come un chiaro segnale di insofferenza, era convinta che volesse scappare via, tornare dalla sua bambina con le treccine.

Una sera pioveva, pioveva forte, ma Birba decise di dormire sulla poltrona della sala, davanti al camino acceso… era diventato molto nervoso ed aggressivo negli ultimi tempi, graffiava chiunque si avvicinasse a lui… ma ormai aveva deciso. Così la mattina si nascose sotto il mobile vicino alla porta d’ingresso e quando Maria venne a cercarlo non si fece trovare, fermo immobile senza respirare, ma teso e pronto allo scatto come un centometrista. Maria sembrava impazzita, correva per la casa e guardava ovunque, spostava mobili, alzava cuscini, apriva armadi… e soprattutto strillava, strillava che non poteva sparire così, dopo tutto quello che lei gli aveva dato, che era un ingrato, che era proprio uno stupido gatto e che non bisognerebbe mai affezionarsi ai gatti perché sono tutti uguali, egoisti ed infedeli… meglio i cani!

Birba se solo avesse saputo come fare avrebbe pianto, oppure le avrebbe graffiato la faccia per lasciarle per sempre un bel ricordo… ma questo avrebbe significato uscire allo scoperto ed arrendersi… e poi in fondo lui era buono.

Maria continuava a correre per casa, era convinta che Birba non potesse essere uscito di casa ma non poteva averne la certezza. Era combattuta, non sapeva se correre a cercarlo fuori, non voleva perderlo… Poi di scatto aprì la porta di casa, si affacciò e cominciò a gridare “Birba! Birba ti prego torna qui! Birba io ti voglio Birbae!”….

Bastò un istante, perché un gatto quando vuole scappare corre più del vento… Birba schizzò tra le gambe di Maria e lei lo vide attraversare volando il giardino, infilarsi rapido tra le stecche del cancello e sparire in un attimo…. Così, come era improvvisamente entrato nella sua vita, ne uscì… e non lo vide mai più.

Birba camminava piano per le strade di un bel quartiere alla periferia della città senza una meta precisa, sembrava perso, disorientato. Ad un tratto si fermò davanti ad una simpatica villetta bianca con il tetto rosso… e ripensò alle parole di sua madre… "la curiosità uccise il gatto!"… “Forse” pensò Birba, “ma sicuramente la gelosia uccide gli uomini”.

[Autore: Murettino]

 

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