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Referendum del 17 aprile 2016

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Domenica 17 aprile 2016 si terrà in Italia una consultazione popolare (referendum) sull’estrazione di gas e petrolio in mare.

Richiesto da diversi regioni, ovvero quelle interessate alle trivellazioni, si chiede agli elettori aventi diritto di votare sì per non rinnovare le concessioni alle piattaforme che si trovano a meno di 12 miglia nautiche dalla costa.

Riguarda in pratica l’estrazione di idrocarburi offshore (cioè in mare aperto) ma entro le 12 miglia nautiche dalla costa.

Investe il futuro di 88 piattaforme attualmente esistenti ed in funzione perlopiù nell’Adriatico, nello Ionio e nel mare di Sicilia.

Il quesito quindi chiede di eliminare la norma introdotta entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che consente di estendere una concessione già in atto “per la durata di vita utile del giacimento”, cioè per un tempo indefinito.

Se vincerà il SI

quella frase dovrà essere cancellata e si tornerà alla precedente normativa italiana e comunitaria, ovvero alla scadenza trentennale per lo sfruttamento di idrocarburi o risorse minerarie, sia marine che terrestri, con possibilità di proroghe per altri complessivi venti anni al massimo.

Dal quesito posto agli elettori si pone il problema della scelta del SI o del NO.

Intanto è opportuno osservare quanto sia insolito che una risorsa statale, quindi appartenente a tutti i cittadini, sia data in concessione senza limiti di tempo prestabiliti (tant’è che la Corte Costituzionale, attivata per giudicare la legittimità del referendum, lo ha giudicato ammissibile).

E questo, considerando le critiche di appartenenza a lobby e società d’interesse che vengono mosse da più parti all’attuale governo, dovrebbe già insospettire.

Analizzando poi le diverse posizioni, si nota come le ragioni del SI, cioè di chi ha proposto il referendum e vuole limitare le concessioni già in atto, siano prevalentemente di natura ecologica ed ambientale

Al contrario le ragioni di chi sostiene il NO

ovvero di chi ritiene che l’estrazione del petrolio o del gas in mare debba durare ad libitum (fino ad esaurimento), sono prevalentemente di natura economica ed occupazionale.

Quindi facciamo a noi stessi qualche domanda cercando di trovare risposte eque ed intelligenti.

In primo luogo la presenza di queste trivelle, danneggia veramente il nostro ecosistema? La risposta è certamente un SI.

Immaginiamo quanto siano felici i residenti ed i turisti delle zone costiere interessate, nel fare il bagno in un mare ricco di sostanze potenzialmente tossiche (se non nell’immediato, certamente nel futuro).

Inoltre le modalità di sondaggio del sottosuolo marino uccide molte specie animali, tra i quali i cetacei, Il sistema utilizzato infatti, l’air gun, spari di aria compressa che generano onde che “leggono” il sottosuolo, comporta lesioni e perdita dell’udito in diverse specie di animali marini.

Altra domanda. Ma l’estrazione di petrolio e gas di queste trivelle, sono davvero così importanti per la nostra economia, o possiamo farne a meno? Ovvio che SI

possiamo farne certamente a meno. In primo luogo l’estrazione non soddisfa neanche il 10% del totale del nostro fabbisogno energetico, quindi dobbiamo comprare comunque. In secondo luogo le riserve complessive, sia in corso d’estrazione che quelle già estratte, ci durerebbero al massimo 18 mesi nella più favorevole delle ipotesi.

Infine, il risparmio negli acquisti andrebbe compensato con la perdita di risorse alimentari (quelle provenienti dalla pesca) delle zone interessate, e con la perdita di buona parte del turismo oggi presente. Se poi teniamo conto quanto ci costano i dirigenti della sola ENI il conto è presto fatto…

Un’altra domanda un po’ impertinente è: come mai le aziende pagano così poche tasse allo Stato Italiano?

Solo il 7% del valore di ciò che viene estratto è soggetto a royalty, quando invece in altre nazioni europee è ben più alto! in Danimarca dove non esistono più royalties ma si applica un prelievo fiscale per le attività di esplorazione e produzione, questo arriva fino al 77%.

In Inghilterra può arrivare fino all’82% mentre in Norvegia è al 78% a cui però bisogna aggiungere dei canoni di concessione.

Se in Italia avessimo portato le royalties al 50%, come proposto da Legambiente, nel 2015 ci saremmo trovati invece che con un gettito di 352 milioni di euro con uno da 1.408 milioni.

Tra l’altro in Italia le stesse royalty pagate vengono poi dedotte dalle tasse pagate dai concessionari.

Parafrasando Lubrano… un dubbio nasce spontaneo, ma sarà che qualcuno si mette in tasca propria qualcosina?

Ancora una domanda: Se dovessero chiudere queste piattaforme, si andrebbe incontro ad un problema occupazionale?

La questione è controversa. Secondo alcuni certamente si in quanto gli impiegati del settore sono alcune migliaia di occupati, indotto compreso.

Va però osservato come il dato sia sterile, se paragonato all’eventuale danno contrapposto, ovvero la perdita di risorse nel settore del turismo se le trivelle venissero ancora impiantate o continuassero a funzionare.

Sulle piattaforme inoltre ormai non lavora più nessuno allorchè la trivellazione è stata ultimata, perchè per l’estrazione vera e propria tutte le operazioni vengono svolte “in remoto”, ossia manovrate e controllate da altre postazioni sulla terraferma.

Inoltre, qualora le compagnie petrolifere fossero obbligate allo smantellamento (come previsto dalle concessioni), vi sarebbe un positivo ritorno in termini occupazionali proprio perchè le operazioni durerebbero alcuni anni ed il personale potrebbe essere reimpiegato.

Infine, dato non trascurabile, il ricorso ad energie alternative aprirebbe nuovi spiragli.

In questa breve e personale sintesi, non ci si può, in ultima analisi, esimere dall’osservare come questo tira e molla tra il SI ed il NO distolga l’attenzione degli italiani dal vero nodo della questione, ossia la totale assenza di una politica, che non sia a breve scadenza e che non duri quanto durano le promesse elettorali, in favore delle energie rinnovabili.

Dove tutti avremmo solo da guadagnare…

Nota: Malgrado la netta preponderanza dei suffragi favorevoli all’abrogazione della norma (pari all’85,85% dei voti validi), il referendum non produsse effetti poiché votò soltanto il 31,19% degli elettori residenti in Italia e all’estero: per l’efficacia della consultazione era infatti richiesta la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto (quorum)

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