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Il topo di città e il topo di campagna

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Un sorcio, che in città facea sua vita, vide un dì il cielo placido e lucente. Questo ad uscire e a passeggiar l’invita alla campagna ed a fuggir la gente. E mentre in parte ombrosa e assai romita si gode, e nulla fuor che l’aura sente, con passo onesto e faccia assai tranquilla gli venne incontro un topolin di villa.

Con somma cortesia fan le abbracciate, diconsi ben venuto e ben trovato: fin che il sorcio di villa disse: – Entrate meco in un bucolin da questo lato: certo vogl’io che un bocconcel mangiate, e siate del cammino ristorato. – Così gli dice, e seco li conducea nel bucolin che per albergo avea. Quivi il povero sorcio contadino con noci e poma e pere ed altre frutte fàgli accoglienza come a un suo cugino ma perde le fatiche e l’opre tutte; poi che al sorcio gentile cittadino paion quelle vivande vili e brutte; nessuna di sé degna tien che sia, onde le assaggia sol per cortesia.

E su ‘l partirsi con gentil parlare dissegli: – Amico, deh! Fammi un piacere io t’attendo doman meco a pranzare: sto nel tal loco: addio: viemmi a vedere. – Vassene; e l’altro, che solea mangiare spesso radici e gli parea godere, ritrova il cittadino a grande onore star nella guardaroba d’un signore.

La casa ivi parea dell’abbondanza: cacio, prosciutti, salsicce e salami, olio e butirro v’è sì che n’avanza, roba per mille seti e mille fami. E’ ricevuto con gentil creanza; e perché a suo piacer mangi e si sfami, tosto senza aspettar desco o tovaglia, assalgon tutti e due la vettovaglia. Ma una gatta miagolar si sente, onde si credon morti e rovinati: fuggono tosto, e cascan lor dal dente i cibi saporiti e delicati. Passato il rischio vanno incontinente alla lor mensa, ed eccogli assettati: ma ecco un cuoco apre la serratura e si rimpiattan pieni di paura.

La terza volta tornano a sedere: la terza volta ancor credon morire, perch’entra nella stanza uno staffiere che gli fa dalla tavola fuggire. Tornan la quarta e speran di godere; ma una femminetta ecco venire, onde di su e giù vengono e vanno, con sospetto ogni volta e con affanno. Il sorcio villanel, che ognora visse felicemente e cheto nella sua campagna, e cupidigia o tema non l’afflisse, e vede or morte ogni boccon che magna, prese licenza e in tal guisa gli disse: – la tua gran mensa il cor non mi guadagna.

Ti dico il vero: a me, fratel, non piace tanta abbondanza e non aver mai pace.

di Gasparo Gozzi (Venezia 1713 – Padova 1783)

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