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L’economia nel dopoguerra

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Nei trent’anni che seguirono la fine della II Guerra Mondiale, l’economia mondiale crebbe ad un ritmo fino a quel momento sconosciuto.

Gli Stati Uniti erano stati avvantaggiati dal fatto che le loro strutture industriali avevano continuato a produrre senza essere intaccate dal conflitto, dal momento che sul territorio americano non si era combattuto, ma anche Giappone e Germania, seppur devastati dalla guerra, vissero un sorprendente boom economico.

L’industria ed il terziario diventarono le principali fonti di ricchezza dei paesi industrializzati e la disoccupazione raggiunse i minimi livelli. Il dollaro divenne la moneta più solida negli scambi internazionali e la libertà di commercio si diffuse dagli U.S.A. a tutti i Paesi ad essi economicamente legati.

La ricchezza prodotta tra il 1945 ed il 1975 cambiò profondamente il tenore di vita della popolazione occidentale, dove si affermò il concetto di Stato sociale, ossia un modello di Stato in grado di garantire il benessere ad ogni suo cittadino, adottando provvedimenti economici e legislativi mirati a colmare il divario economico tra le classi sociali.

La situazione era invece profondamente diversa nei Paesi dell’Europa orientale.

Sebbene anche negli stati sottoposti all’influenza sovietica vi fu una forte ripresa economica e sociale, l’utilizzo delle ricchezze prodotte fu differente, non lasciando alcun margine al consumo individuale.

Esse infatti venivano reinvestite nell’industria pesante, in una dispendiosissima macchina burocratica che doveva garantire a tutti la stessa quantità e qualità di servivi, ma soprattutto nella corsa agli armamenti per stare al passo con la grande potenza americana.

Furono gli anni nei quali si delineò la marcata differenza tra “Nord” e “Sud” del mondo, ovvero tra i Paesi ricchi e quelli poveri che si trovavano perlopiù in Africa e in Asia.

La maggior parte di queste Nazioni uscivano da oltre un secolo di colonialismo sanguisuga e ora, pur disponendo di materie prime, dipendevano economicamente dai Paesi ricchi sia perchè non avevano manodopera qualificata, sia perchè l’industrializzazione era scarsa se non addirittura inesistente.

Ancora oggi il dislivello non è colmato e in taluni casi è perfino aumentato.

Negli anni sessanta presero piede anche i movimenti di contestazione giovanile, sostenuti da una generazione che condannava la guerra, rifiutava gli sperperi del consumismo ed esaltava la necessità di raggiungere l’eguaglianza sociale.

Furono anche gli anni della grande protesta americana contro la guerra in Vietnam, che seguiva quella pure disastrosa in Corea, conclusasi con decine di migliaia di morti solo da parte degli U.S.A. fino alla capitolazione finale. In ogni caso la protesta si trasformò da culturale in politica.

Nel 1968 in Cecoslovacchia il leader riformista Dubcek fu deposto dal governo sovietico di Breznev, reprimendo nel sangue la protesta dei giovani di quella nazione (passata alla storia come la Primavera di Praga) e la speranza di un socialismo “dal volto umano”.

 

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